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Omaggio a Meltzer e presentazione del libro "Seminari Veneziani".

D.ssa Cristina Bertogna.

Questo libro è una sorta di contenitore che si è sviluppato come direbbe Bion, dalla "possibilità di prestare attenzione ai meriti di certe idee –quelle di Meltzer-che sono degne di avere l’opportunità di crescere e di svilupparsi dentro ognuno di noi senza doverne diventare i custodi, in una specie di "dialogo personale" con l’autore, riconoscitivo e critico, un dialogo  che desideriamo continuare con voi oggi su un modello della mente e su una serie di concetti che sono diventati utili strumenti di comprensione e di lavoro, come possono essere gli strumenti di un artigiano o di un ricercatore.

 Meltzer dice "Nel campo della psicoanalisi il processo di scoperta della zona di frontiera tra animale e umano, tra cervello e mente, tra computazione e pensiero, tra fatti e significati è stato costante…"

Anche l’interesse per i gruppi nasce come un interesse di frontiera, prima fra l’individuo  e il sociale, il collettivo, (si pensi al testo di Freud Psicologia delle masse e analisi dell’Io) poi, soprattutto con l’opera di Bion, come un tentativo di avvicinarci al mistero dell’esperienza umana. " A che punto della gestazione iniziano le esperienze umane? Esse hanno avuto inizio migliaia di anni fa, con l’inizio della formazione dei simboli e della capacità di chiedersi, di interrogare. Perché i cavalli non parlano? Non fa parte della loro storia naturale, è la risposta che darebbe Wittgenstein. Avere esperienze, invece, è parte della storia naturale umana".

Meltzer si è interessato a queste esperienze, lavorando molto con i bambini , con i cuccioli dell’uomo, osservando e descrivendo  tutti quei processi che li fanno evolvere, che li umanizzano ma, contemporaneamente, ha saputo indagare anche quelle modalità di funzionamento che impediscono questa stessa umanizzazione.

Una di queste è il funzionamento di gruppo per assunti di base, una mentalità molto arcaica e primitiva, presente in ognuno di noi, che non produce crescita e sviluppo, in quanto non ha accesso alla formazione dei simboli, che si esprime attraverso agiti, comportamenti violenti, o malattie psicosomatiche o psichiche. Ha a che fare con l’irrompere di sensazioni molto intense che sembrano avere un collegamento diretto con i bisogni dell’organismo (bisogno di sopravvivenza, di cibo, sessuale…),   che ci imprigionano in un eccesso di sensorialità, di "stimolazione adrenalica" che ci costringe a muoverci un po’ come la scimmia del famoso esperimento con la banana e il bastone, cioè senza immaginazione. "La scimmia in gabbia aveva una banana in alto e un bastone per terra ed era in grado di collegare i due oggetti usando il bastone per cogliere la banana solo quando entrambi stavano nel suo campo visivo, ma se il bastone le rimaneva alle spalle, la scimmia non era più in grado di collegarlo alla banana, perché non ha immaginazione".  Diversamente Kubrick, nel suo bel film "2001: odissea nello spazio" ci parla di questo nostro retaggio ancestrale ma narrandolo attraverso una storia e delle  immagini che riescono a dare un senso a questa dimensione animale (anche introducendola nella temporalità), animalità, quindi, che non è più agita, ma viene narrata e che nel racconto diventa pensabile e  condivisibile, trasformandosi in qualcosa d’altro…è un’altra scimmia, quella di cui ci parla Kubrick, quella che prelude all’uomo, per restare nella metafora quella che prelude a Odisseo-Ulisse che sa spaziare con l’immaginazione e ritrovare la strada verso casa.

Questa idea di gruppo in assunti di base diventa uno strumento di lavoro utile per avvicinarci e per osservare tanti  fenomeni diversi; ad esempio:

  • come mai i genitori,  così attenti e preoccupati per l’educazione finiscono per adattarsi al conformismo di certe mode anziché preoccuparsi dell’autentico sviluppo dei loro figli? Sarà l’ansia per il bambino che esce dalla famiglia che li spinge a rapportarsi solo alle istituzioni legate alla loro cultura, senza rendersi conto della loro rigidità? Come un dover seguire, di fatto,  le loro orme anche se a parole si sente dire esattamente l’inverso…?.
  • -cos’è che spinge una preside a insultare alcuni insegnanti della sua scuola, trattandoli come bambini cattivi e disobbedienti e, successivamente, cosa spinge questi stessi insegnanti, una volta entrati in classe, a riservare lo stesso trattamento ad alcuni dei loro allievi più turbolenti, pur riconoscendo che il comportamento della preside produce solo rabbia e umiliazione? "Sembra un comportamento molto primitivo, caratterizzato dalla capacità per il singolo di identificarsi solo con i suoi superiori e, contemporaneamente, dalla sua incapacità di identificarsi con i suoi subalterni. Come succede in un gruppo di bambini dove i più grandi tiranneggiano i più piccoli, non per mancanza di intelligenza ma per una forma di stupidità collegata all’idea di obbedienza…." E così credo che ognuno di noi può pensare alle proprie istituzioni di appartenenza…non solo alla scuola, ovviamente
  • penso,ancora, a certe giovani donne che arrivano in consultazione perché non si riconoscono più nel loro corpo, magari sono anche passate attraverso diversi interventi di chirurgia estetica e sognano di diventare delle "veline"; mi chiedo:-perché sognano di diventare veline e non sognano invece di diventare se stesse?  Come se fossero già diventate trasparenti, in questo loro modo di essere e di comportarsi, come fogli di carta velina che aderiscono alla superficie delle cose nel tentativo di imitare un’immagine pubblica, sociale come l’etichetta di certe pubblicità; in un linguaggio più tecnico parleremmo di aspetti collegati alla bidimensionalità
  • cos’è che spinge tanti giovani a vivere pericolosamente, ad esempio drogandosi? O diventando anoressici? O anche dei kamikaze come ce li descrive nel suo bel romanzo "L’ultima ora" uno scrittore francese? Egli fa dire a questo suo immaginario insegnante:-" i miei studenti mi seguirono in ordine serrato come una truppa disciplinata. Li sentivo addestrati a un comportamento collettivo nato da una convivenza i cui limiti volontari erano stati stabiliti al di là dei codici scolastici e delle decisioni degli adulti. La mia primissima impressione fu che non fossero né una classe, né un gruppo, ma un branco…" che avrà, come ci suggerisce il titolo del libro, un tragico epilogo.

Il nostro funzionamento come "branco" ci rende, quindi,  difficile il transito nella zona di frontiera fra il corpo e la mente,  restiamo sommersi dalle nostre sensazioni che invadono la nostra mente e ci rendono angosciati e passivi di fronte a tale invasione; quando invece riusciamo a passare attraverso questa frontiera possiamo cominciare a pensare a ciò che il nostro corpo ci dice senza dover ricorrere all’azione. "Se si riuscisse realmente a pensare le cose ci sarebbe ben poco da fare. Il problema è che invece di pensare si tende a reagire come un bambino che strappa le piante e ne osserva le radici per vedere se crescono. Se si riuscisse realmente ad osservare le cose come sono e a pensarle potremmo capire le radici senza strappare le piante". Ma per fare questo c’è bisogno dell’immaginazione e del simbolo, del gruppo di lavoro.

Il simbolo è una nuova idea sulla quale si può riflettere….è come un contenitore per possibili immagini che permette di spaziare. Come dice il piccolo principe di Saint–Exupery  preoccupato per la sua pecora che è sola in mezzo al deserto:-la cassetta che ho trovato ti servirà da casa per la notte- e così i nostri pensieri sono alla ricerca di una cassetta-casetta che li possa ospitare, anche di notte quando, come dice Meltzer, abbiamo il coraggio di ospitare un’idea attraverso i nostri sogni…

"Ho bisogno di un nido dove rifugiarmi quando fuori piove" mi diceva un ragazzino, che è sempre stato un bambino perfetto e troppo buono e che, adesso che sta crescendo, si sente "scoppiare" dalla rabbia, un nido dove affrontare il dolore della crescita, dove mettere i nostri pensieri selvatici, che cerchiamo di addomesticare per poterli conoscere e, in questo modo, conoscere noi stessi.

Così la violenza alienata si può trasformare in coraggio e spirito di lotta, se noi possiamo sperimentare la nostra paura a livello mentale, siamo in grado di modificare questa aggressività in spirito di lotta in difesa dell’amore oggettuale e uno di questi oggetti, sostiene Meltzer, siamo noi, nella nostra totalità di corpo e mente, di gruppo in assunto di base e gruppo di lavoro o razionale, quell’amore che ci porta a dire di noi stessi:- è un personaggio che una volta ho potuto rispettare-

Per concludere, direi che anche lei dott. Meltzer è un personaggio che ho potuto rispettare anche perchè ci ha mostrato, fra i suoi tanti pensieri, sentimenti e congetture immaginative, che l’intelligenza si sviluppa per servire le nostre passioni.

Gorizia, 12 novembre 2004.