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Omaggio a Meltzer e presentazione del libro "Seminari Veneziani".

D.ssa Anna Maria Maruccia.

Questo libro  ci ha  convocato qui, questa sera per riflettere intorno alla figura di Meltzer, al suo pensiero. Ma ognuno di noi è qui presente con pensieri propri intorno alla conoscenza che ha di Meltzer, intorno alle proprie vicissitudini di formazione, di professione, intorno alle inevitabili correlazioni personali con chi ha scritto questo libro. L'incontro è questo, è l'hic et nunc di molte traettorie, che al di là del punto di incontro, proseguiranno poi per tracciati personali, chiamati ciascuno a sostenere e ad esercitare quella capacità negativa così necessaria  a tollerare il carico emotivo delle esperienze che siamo chiamati a vivere nella quotidianità dei nostri studi e non solo.

L'idea di questo libro è nata circa due anni fa e non molto distante dacchè ci siamo resi conto che qualcosa stava succedendo intorno alla persona e al pensiero di Meltzer. L'impatto che questa esperienza ha avuto su ciascuno di noi è testimoniato dai diversi vertici da cui ogni coautore ha scelto di guardare verso, dentro intorno a questo cambiamento. Per i diversi vertici rinvio alla lettura del libro stesso. Io mi curerò di descrivere il mio punto di vista o meglio la mia esperienza emotiva e cognitiva intorno agli aspetti di tale cambiamento che più mi hanno colpito. Scrivevo già nel mio contributo al convegno di Barcellona, tenutosi nel 2002, in occasione dell'ottantesimo compleanno di Meltzer: "Ho sentito il bisogno di rileggere le supervisioni di M. degli ultimi anni per il Gruppo Racker per cercare di far luce sull'impressione personale che qualcosa sia cambiato nel suo modo di approcciare il materiale. Lo ricordavo estremamente concentrato nel rintracciare la parabola del processo terapeutico, molto attento nel cogliere il percorso della coppia terapeuta-paziente, persino puntiglioso nell'evidenziare i passi dell'uno e dell'altro, pronto a scorgere una eventuale disarmonia o rallegrarsi di un difficile passaggio effettuato con maestria…" Così descrivevo il mio primo impatto nei confronti di Meltzer. L'ho poi via via  ri-scoperto sempre più  com-preso nella necessità di mostrarci solo alcuni aspetti, gli aspetti nodali della relazione terapeutica: il nucleo misterioso della formazione del simbolo, all'interno di una esperienza emozionale. E' qualcosa che ho potuto cogliere solo allora o era piuttosto qualcosa che preesisteva alla mia esperienza? Così si espresse Meltzer  in un incontro che mi emozionò particolarmente: "E' da anni che paleso il mio pensiero, ma necessariamente ognuno vi arriva attraverso percorsi personali."

Negli ultimi anni lo vedevamo più vecchio e più stanco, già provato dalla malattia,  ma pur sempre capace di 'scuotere' le nostre menti e i nostri cuori, sempre presente con quel suo modo di partecipare agli incontri senza risparmiarsi. Riporto le sue parole dalla  conferenza di Barcellona: "..non c'è bisogno che mi auguriate  'buona sorte e vita lunga' perché non sappiamo se vivremo fino ai 116 anni e non siamo sicuri se sia o no una buona fortuna. Naturalmente non sarò qui senza gridare, senza lottare." Lottare contro chi, contro cosa se non contro il minus-transfert, inteso come assenza delle emozioni nel campo circoscritto dalla relazione terapeuta-paziente.

Strane parole, parole forti per uno psicoanalista di Oxford. Che enfasi, si potrebbe pensare! Meltzer  invece era  molto compassato nell'aspetto esteriore, non agitava le mani mentre parlava né aveva bisogno di muoversi, come per liberarsi da un accumulo di tensione: restava fermo, quasi immobile, gli occhi semichiusi, estremamente concentrato nell'ascolto del materiale clinico o mentre ordinava il suo pensiero nelle conferenze, così ricche e creative. Ma dentro si avvertiva un movimento di idee, di pensieri, di emozioni. Trasmetteva, sapeva trasmettere la sua passione per la bellezza del metodo analitico. Ecco direi che una profonda gratitudine sento di volergli riconoscere intanto per questo aspetto così importante per la nostra professione: l'averci trasmesso insieme alla teoria e alla tecnica: la passione. E la passione non è direttamente proporzionale alla conoscenza, al sapere intellettuale, è qualcosa che nasce da dentro, che origina dalla fiducia verso i buoni oggetti interni, dal sapere riconoscere la loro bontà e generosità senza per questo sentirsene asserviti. E la sua mente non era certamente asservita a nessuna scuola o indirizzo terapeutico, era se stesso, era Meltzer.

Aveva conosciuto la Klein nel '54 fu in analisi con lei fino alla sua morte, aveva lasciato il suo paese d'origine, gli Stati Uniti,  per questo, un sacrificio non da poco. Fu certamente un kleiniano convinto, lo chiamavano 'il kleiniano di St. Luis'. Approdò in Inghilterra in anni in cui le tesi kleiniane erano in pieno sviluppo e forti erano i conflitti all'interno dell'establishment psicoanalitico. M. seppe dare contributi originali e di grande valore sia dal punto di vista della teoria che della tecnica. In particolare M. stesso individuò due contributi personali che, a suo avviso, hanno mantenuto nel tempo una loro significatività: il meccanismo difensivo autistico dello 'smantellamento' e la descrizione dell'identificazione proiettiva intrusiva. Approfondimenti resi possibili all'interno di un assetto teorico kleiniano, fu la  Klein che per prima parlò dell'identificazione proiettiva in una persona esterna quale meccanismo difensivo necessario a liberarsi di parti del sé non tollerate, più precisamente decrisse "una fantasia onnipotente di intrusione nel corpo e nella mente di un'altra persona (esterna), fantasia che produce una forma di identificazione narcisistica e la corrispondente alienazione dalla propria vera identità." (M. Meta, p.46) Meltzer approfondì la descrizione di questo importante meccanismo, così importante per l'impianto teorico-clinico che la psicoanalisi stessa è oggi impensabile senza tale acquisizione. M. in 'Claustrum' descrisse 'l'attività intrusiva dell'entrare nel mondo di altre persone senza essere stati invitati'. Intrusione non più pensata come entrare in una persona esterna bensì rifugiarsi dentro parti del corpo, dentro regioni geografiche corrispondenti al corpo della madre, con precise conseguenze caratteropatiche.

Nella conferenza di Barcellona si soffermò a descrivere questa sua scoperta, in quell'occasione tenne a sottolineare che non fu una scoperta intellettuale, fu piuttosto il frutto di un'esperienza personale: 'Ho scoperto delle cose su me stesso in realtà. E poi è venuto fuori che erano cose  che riguardavano altre persone…' Fece riferimento 'ai dolori della claustrofobia, quale sintomo rintracciabile nei prigionieri del claustrum: 'ci siamo sentiti prigionieri senza sapere come uscire perché non ci ricordavamo di come eravamo entrati.'

 Anche noi terapeuti siamo necessitati a prenderci cura dei nostri claustrum, necessitati a trovare la strada per accedere alla conoscenza di noi stessi, delle nostre selve oscure, disposti poi per scelta professionale a ripercorrere con i nostri pazienti sentieri sempre cangianti, ma pur sempre dotati di una strumentazione che, per quanto essenziale, sembra utile a consentirci questi viaggi insieme ai nostri pazienti.

Si va, si parte, si incomincia: è quel che ci capita di sentire quando iniziamo una nuova psicoterapia, ci anima il piacere della ricerca, che è sempre anche una nostra ricerca, il desiderio condiviso di uscire da strettoie asfissianti e deprimenti per la persona che pulsa per 'uscire'. Ma non è dato conoscere il programma del viaggio. Questo spesso delude o spaventa chi si avventura con noi: l'ignoto non è ospite gradito. Eppure di questo si tratta, si tratta di ricreare le condizioni perché l'ignoto, questo aspetto misterioso, possa di nuovo avere accesso nella mente dei pazienti: "Ciò richiede un tipo di rilassamento, ci suggerisce M.,  e di fiducia nel processo psicoanalitico come qualcosa che ha un'inerzia propria e che trova i suoi mezzi di espressione al di là delle parole." Noi possiamo offrire questa fiducia nel metodo psicoanalitico, possiamo, anzi per M. dobbiamo mettere a disposizione la nostra passione per la ricerca, se ne  deve avvertire la presenza nella nostra stanza-scialuppa. La speranza è qualcosa che il terapeuta deve sempre preservare. Com'era attento M. a questi aspetti mentre ascoltava i nostri racconti: "Qui ha perduto un po' la pazienza… Ah ecco un sogno che ci dice dove siamo." E la ricerca si riaccende.

I sogni, cui M. ha dedicato un bellissimo libro, erano ascoltati con particolare attenzione, quale focalizzazione del processo terapeutico nell'hic et nunc, quale testimonianza di un lavoro onirico necessario alla formazione del simbolo, alla creazione di nuovi pensieri, senza i quali la stagnazione del processo potrebbe avere il sopravvento. La sua profonda conoscenza dei processi inconsci, la sua grande esperienza di navigatore gli consentivano di penetrare i resoconti clinici e di rintracciare per tempo sia i pericoli delle secche che i venti favorevoli per una buona navigazione.

Chi ha fatto esperienza di vederlo al lavoro ha potuto riconoscere in lui non solo lo psicoanalista in intimo contatto con i processi inconsci, ma soprattutto il maestro che trasmette la sua conoscenza, la sua passione attraverso la sua propria persona,  le parole per descrivere il suo insegnamento  come  strumento necessario, ma il meno adatto per evocare la sua autenticità. Si può in effetti più facilmente parlare del suo insegnamento, ma molto più difficile descrivere le esperienze emozionali che gli incontri con M. ci suscitavano, come in una seduta particolarmente ricca, che finisce con l'appartenere a chi è presente, raccontarla è un'altra cosa, cambia il registro e va perduta la sostanza. Su questo aspetto M. si è spesso soffermato, non potendo più confidare nell'adeguatezza di un linguaggio scientifico, ha rivolto la propria attenzione all'arte,  alla poesia e alla  filosofia. A suo avviso Wittgenstein aveva saputo  cogliere i limiti tra ciò che può  essere detto e ciò che  può essere solo mostrato. In questo senso la sua fiducia verso le qualità intrinsecamente terapeutiche delle interpretazioni andò via via ridimensionandosi, insieme alla sua fedeltà ai postulati kleiniani. Ed è proprio intorno a questo tema che negli ultimi anni abbiamo visto emergere un M. se non nuovo, sicuramente rinnovato.

Ricordo bene il materiale clinico attraverso il quale questo aspetto mi colpì particolarmente.Si trattava di un ragazzo chiuso nel claustrum, M. suggeriva alla terapeuta di non interpretare: "Bisogna aspettare che appaia un raggio di sole" , tutto quello che si può fare è mostrare al paziente che è prigioniero nel suo mondo, aiutarlo ad uscirne, stimolare in lui la claustrofobia, affinchè possa sentire l'aridità di quel luogo e desiderare, sperare di uscire fuori, alla luce. Solo fuori dal tunnel, allorquando il paziente sperimenta la solitudine e si attiva il transfert infantile si apre la possibilità di descrivere i movimenti transferali, guidati  e  sostenuti come  terapeuti dal  nostro  controtransfert.

 In realtà già da tempo M. scriveva intorno ai limiti dell'uso delle interpretazioni, sulla necessità di mostrare piuttosto che dire, di esserci pienamenete nella relazione col paziente piuttosto che dire intorno alla relazione. Ma c'è sempre uno iato tra la teoria e l'esperienza emotiva e ancor più tra ciò che si crede di sapere e ciò che si conosce davvero. E' necessario del tempo per conoscere la materia, ma ancor più è necessario lasciarsi guidare dalla propria esperienza per vedere con i propri occhi e capire colla propria mente. I claustrum sono insidiosi, soprattutto quando si rivestono di affidabili, tranquillizzanti strutture teoriche. Ci sembra già grande lo sforzo di addentraci al loro interno, affascinati dalla complessità dell'epistemologia psicoanalitica e dalle innumerevoli implicazioni, uno sforzo che richiede anni di studio, di formazione, ma solo l'esperienza ci consente di ripensare e di riflettere intorno agli insegnamenti ricevuti. E' mentre siamo direttamente implicati nella relazione terapeutica con i nostri singoli pazienti che ci è dato  capire davvero. E i percorsi sono personali così come per i nostri pazienti anche per noi terapeuti. E non c'è nessuna teoria che può dirci per filo e per segno cosa è meglio se non quello che ci  è  dato  capire  mentre siamo nel nostro  studio  con i  nostri pazienti.

 A questo punto è davvero inevitabile richiamarci a Bion, alla sua celebre frase: "il vero alleato del nostro lavoro è il nostro paziente." E aggiungerei la nostra capacità di lasciare territori sicuri per avviarci noi stessi a scrutare territori non conosciuti, guidati dalla voglia e dalla forza di essere quel che siamo. Senza memoria e senza desiderio, ci ha suggerito Bion, senza eccessivi ancoraggi di sicurezza. Sembra un facile suggerimento, sembra così possibile,  ma è così forte l'insidia tra ciò che crediamo di sapere e ciò che non conosciamo davvero. C'è il rischio che resti tutto molto 'letterale' se non siamo disposti a rischiare emozionalmente in prima persona. In questo senso non  possiamo essere meltzeriani o bioniani se non a rischio di svilire i loro stessi insegnamenti, se non a rischio di rinchiuderci in comodi claustrum teorici preconfezionati, magari eleganti, ma non autentici. Non è facile.

 Sostenere la solitudine del pensiero è più del genio, necessariamente solo, perché è oltre il pensiero comune. Si rende necessario, per chi lavora in solitudine come noi, avere un gruppo di riferimento, meglio se un gruppo di lavoro, i cui membri per citare Pichon-Riviere, sono convocati da un compito, svolto il quale possono ripensare le proprie appartenenze e i propri futuri compiti. Come il Gruppo Racher che si è convocato intorno all'approfondimento del pensiero di Meltzer e che avrà bisogno a sua volta di ripensarsi su nuovi compiti, il  destino dei gruppi come delle teorie non è di sopravvivere, ma di essere suscettibili di processi di trasformazione.

Ecco penso che l'insegnamento più importante che M. ci ha lasciato è stato proprio di mostrarsi a noi in trasformazione continua. Sempre riconoscente verso chi gli ha aperto nuovi territori della mente, ma sempre profondamente in contatto con il proprio mondo interno. A Bion cui ha dedicato ampi e approfonditi studi, raccolti in Metapsicologia allargata, pubblicato a 54 anni quando professionalmente  aveva già al suo attivo innumerevoli pubblicazioni e un riconoscimento internazionale come psicoanalista di 'punta, a Bion, dicevo, ha riconosciuto la grandezza e la profondità del pensatore geniale. Si è accostato al suo pensiero potendo ravvisarvi una luce nuova e da tenace studioso e amante appassionato della verità ha cercato di penetrarlo e soprattutto di farsi penetrare, accettando di dover sopportare cambiamenti 'catastrofici' nella sua concezione della materia psicoanalitica. Scrive nella introduzione a Metapsicologia: "Le visioni del genio…hanno ami che si agganciano al nostro cuore attraverso la penetrante bellezza della loro concezione e cambiano la nostra visione del mondo. Un cambiamento catastrofico è nascosto nelle pagine, e in esse risuona sommessamente, come sottofondo, il lamento: 'Non sarò più lo stesso.'" E subito dopo: "Il problema che si pone riguardo questo atto di affidamento è quello di evitare di diventare un apostolo."

Il punto è proprio questo: farsi toccare dalla bellezza di una concezione che apre nuovi orizzonti senza lasciarsi 'rapire' dentro, pena la chiusura nel 'claustrum', "astenendosi dal farne vangelo", precisa Meltzer. In Metapsicologia c'è il grande sforzo di com-prendere il pensiero di Bion e di dargli uno spessore clinico, c'è il tentativo di spostare di molti 'gradi' il timone verso una rotta che alleggerita di esplicazioni scientifiche, come si sentì costretto Freud, sfrondato di valutazioni morali, secondo la concezione kleiniana,  pone finalmente al centro delle relazioni le emozioni, tanto l'amore quanto l'odio; Love and Hate  individuando il pericolo per la crescita del pensiero nell'assenza delle emozioni, il minus-transfert. Amore e Odio tenuti insieme dalla tensione verso la Conoscenza. Una concezione che per Meltzer, amante appassionato della verità emozionale che può manifestrasi solo nella relazione profonda, non poteva non attagliarsi fino a consentirgli di mettersi completamente a nudo, slegato da orpelli teorici, istituzionali, gruppali e manifestarsi emotivamente nella sua indimenticabile conferenza di Barcellona.

 Aggiungerei come pensiero personale la sua ultima conferenza tenuta a Venezia "Considerazioni attuali sull'autismo", pubblicato nel libro 'Transfert e adolescenza', e di cui parlo nel mio articolo "Temperatura e distanza: considerazioni sul pensiero di Meltzer" .  Mi è parso che nel descrivere come il bambino autistico, sorretto da una buona relazione con la terapeuta e con l'art-terapist, giunga a formare un simbolo, il volto della madre,  ecco ho ravvisato in questa sua descrizione l'essenza dell'eredità del suo pensiero. Meltzer descrive il bambino tutto intento a disegnare  il volto della madre e lo rappresenta sorridente, come per renderlo più amabile. Si tratta di un processo trasformativo dell'esperienza emozionale vissuta in un contesto reso accogliente dai due terapeuti  e dalla madre stessa, coinvolta nel processo. E' attraverso il 'vedere come ' che la realtà può essere assimilata, là dove la realtà permane nella sua manifestazione concreta non c'è nessun processo trasformativo. "C'è da imparare dalla capacità immaginativa: Niente è come sembra! Il significato è sempre nascosto.", ci ricorda Meltzer.

 Mentre scrivo questa comunicazione sono accompagnata dalle note e dalle parole di De Andrè, per un attimo la mia attenzione è presa dai versi di una sua poesia che sembra manifestare ciò che faticosamente tento di descrivere. Ve ne rendo partecipi, si tratta dei primi versi de 'Il suonatore Jones': "In un vortice di polvere/ gli altri vedevan siccità/ a me ricordava/ la gonna di Jenny/ in un ballo di tanti anni fa." Le note melodiose le ricordiamo tutti. Di questo si tratta, trasformare l'aridità-siccità del pensiero concreto in una immagine, in un 'come se' che contiene, trasformata, l'esperienza emotiva.

Questo mi è parso di ravvisare: un Meltzer particolarmente concentrato a mostrarci l'aspetto più interessante del nostro lavoro: il mistero della formazione del simbolo, dentro una relazione emotiva significativa. Non importa o, perlomeno, non è più così centrale il come, ma il fatto stesso che questo possa accadere. Il come, il metodo, la scuola di riferimento, utili supporti, come una sorta di impalcatura necessaria alla costruzione-formazione professionale e personale, devono ad un certo punto essere lasciati andare per favorire una maggiore concentrazione sul vero oggetto del nostro lavoro: la formazione del simbolo all'interno di uno spazio di relazione.

Credo che il miglior modo di ricordare Meltzer sia non tanto il possederne il pensiero, ma lasciarlo andare trattenendo in noi l'impatto della esperienza emotiva che ha saputo trasmetterci e che abbiamo saputo, se abbiamo saputo, trattenere dentro di noi, per proseguire poi la nostra personale ricerca.

Bassano del Grappa  14.1.2005