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LETTERA DOTT.SSA RITA SIMONITTO

Oggi, 4 Settembre 2004: il messaggio di posta elettronica comunica che D. Meltzer se ne è andato. E’ un sabato e colleghi e amici, chi ancora in vacanza e chi fuori a godersi gli ultimi giorni di fine estate, non ci sono per partecipare con qualcuno la notizia..…..

Oggi, 24 Settembre a 20 giorni di distanza riesco a mettere un pò di ordine all’insieme di emozioni che l’evento ha suscitato in me.

La notizia della morte di Meltzer mi ha lasciato attonita e, per quanto fosse nell’ordine delle cose, non volevo crederci. Veniva da dire "Madadayo", come nel bel film di Kurosawa dallo stesso titolo: "non ancora". La reazione immediata  a questa spina fredda arrivata in una giornata di tepore settembrino aveva a che fare con un chiedere come era successo, o quando; e il perché si tralasciava avendo imparato che ci sono domande cui dobbiamo prepararci a non avere risposte. E in parallelo a queste domande così "concrete", il fluire dei dettagli sulla cerimonia funebre l’ho sentito come il bisogno di un  appoggio sensoriale, un aggrapparsi  a qualche cosa che i sensi potevano ancora percepire, di cui i sensi avevano ancora bisogno dovendo patire nel contempo una perdita, un insulto alla sensorialità stessa: Meltzer non è più fisicamente tra noi.

Rimane il Meltzer dentro.

La mia esperienza di filiazione con lui è stata di tipo particolare, vale a dire che è stata in prima battuta di contatto con ciò che mi trasmetteva come persona più che come pensatore. Inoltre non ho avuto il modo di lavorarci direttamente, confrontandomi ad esempio in un rapporto di supervisione. Non ho quindi sperimentato quei conflitti emotivi, nel bene e nel male, di cui può fare esperienza un figlio nel suo rapporto diretto con il genitore: o forse quei conflitti avevano per me altri luoghi dove cimentarsi, l'analista, il supervisore o i colleghi stessi. Per cui è stato piuttosto un rapportarmi a latere ma non per questo meno coinvolgente, come se avessi a che fare con un nonno saggio (un grand-père) di cui anche le durezze (o, piuttosto, le fermezze) vengono sentite non in presa diretta ma come qualche cosa che si può comunque tenere e di cui si capirà il senso, forse, più avanti. Un senso che aveva più la caratteristica di dare una collocazione altra, più complessa, e quindi anche trasformativa, a ciò che sulle prime poteva sembrare una impuntatura o una imposizione.

 Era come se dentro di lui ci fosse un segreto che piano piano si sarebbe andato a scoprire.

A Barcelona, Meltzer aveva parlato, citando Garcìa Lorca, del Duende,  il demone che ci guida ma anche che ci abbandona. E avevo pensato che quello potesse essere il segreto: che Meltzer, per tutto quello che era e che portava avanti a livello di pensiero, potesse a buona ragione essere una visibile incarnazione di questo Duende, di una grande passione che aveva però anche la particolarità di essere discreta.

 Invece, leggendo il memorial di Meg Harris ho scoperto che altro era il suo segreto e cioè il sentire i suoi genitori come il "miracolo della sua vita". Non è vissuto invano.